Il paradosso della carne






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Questo articolo non è uno scritto come quelli precedentemente pubblicati qui. 

Questo è frutto di ricerca, di articoli e paper scientifici. Tutto ciò che sarà contenuto in questo spazio sarà il risultato non solo del mio lavoro (di simil rassegna bibliografica), ma anche di quello di studiosi competenti in materia. Ho preso in considerazione gli articoli che di più recente uscita ho trovato così da avere del materiale più attinente e coerente rispetto al mio personale obiettivo di condivisione. 

Quando un anno e mezzo fa ho scelto di diminuire e poi eliminare totalmente il consumo di carne dalla mia alimentazione ciò che mi ha fatto fare il passo decisivo è stata la consapevolezza che io amassi gli animali: cani, polli, cavalli, indistintamente. Eppure, mangiavo il pollo, ma mai mi sarei sognata di mangiare il cane. Allora perché il pollo sì e un cane mai nella vita? Forse un cane è più meritevole di vivere rispetto ad un pennuto? Quando ho realizzato che desideravo a tutti i costi donare vita a tutti gli esseri senzienti, ho pensato che avrei potuto contribuire non mangiandoli più. Ho raggiunto, dunque, una serenità che mi fa sentire in pace in primis con me stessa. 

Sono dottoressa in Psicologia e come tale mi chiedo spesso quali meccanismi si celino dietro determinati comportamenti. Ho, quindi, pensato di approfondire un fenomeno che può andare a braccetto con lo specismo, nonché la "Convinzione secondo cui gli esseri umani sono superiori per status e valore agli altri animali, e pertanto devono godere di maggiori diritti. " (Treccani).

Fin dalla preistoria, nella maggior parte delle culture la carne ha rappresentato una parte centrale della dieta alimentare (Leroy & Praet, 2015). Nel corso del XX secolo si è assistito ad un cospicuo aumento del consumo globale di carne, causato soprattutto dalla crescita economica, dall'urbanizzazione e dalle innovative tecnologie inerenti alla produzione di carne. Nonostante il ruolo importante rivestito dalla carne, i consumatori della stessa hanno un rapporto ambivalente con l'uccisione di animali a scopo alimentare. Il gusto della carne è ampiamente apprezzato, ciononostante non è gradito il danno che inevitabilmente viene inferto agli animali per ottenere lo stesso. Tale fenomeno è definito "paradosso della carne" e si sostiene che provochi una dissonanza cognitiva tra i mangiatori di carne (Loughnan, Haslam & Bastian, 2010). La dissonanza cognitiva è una teoria per la quale le situazioni che coinvolgono comportamenti, credenze o atteggiamenti contrastanti producono uno stato di disagio psicologico (Festinger, 1957). Si definiscono due cognizioni in relazione dissonante quando una non è adattata all'altra come nel caso di una persona che mangia carne, ma non intende fare male agli animali. Tale teoria si basa sull'idea che le persone cerchino coerenza tra le proprie cognizioni e che applichino varie metodologie per ottenerla. Affinché tale dissonanza possa essere ridotta, gli onnivori possono applicare svariate strategie. Nel caso specifico è possibile optare per la negazione del dolore provato dagli animali usati a scopo alimentare oppure della loro intelligenza, la giustificazione del consumo di carne sulla base di motivi nutrizionali o normativi (Rothgerber, 2013; Piazza, Ruby, Loughnan, Luong, Kulik, Watkins & Seigerman, 2015). Un altro possibile processo è quello di dissociazione della carne dalle sue origini animali (Kunst & Hohle, 2016; Tian, Hilton & Becker, 2016).
Secondo uno studio condotto da Singer (1995) l'acquisto di carne nei negozi o la consumazione presso i ristoranti è il risultato di un lungo processo, di cui si tiene nascosto tutto tranne il prodotto finito. Nella maggior parte delle società industrializzate, infatti, solo raramente si prende parte alla lavorazione della carne necessaria per poterla consumare. Tale processo concede pochi motivi ai consumatori per associare ciò che mangiano ad un animale che un tempo era vivo e vegeto. La maggior parte degli onnivori ha sempre meno contatti con gli animali vivi che consuma (Leroy & Degreef, 2015). Già a partire dalla metà del XIX secolo con l'industrializzazione, la crescita demografica e la macellazione intensiva di animali su larga scala destinati ad uso alimentare si è sviluppata e sempre più amplificata la separazione dagli animali utilizzati per la produzione di cibo e i consumatori, dunque, hanno avuto sempre meno contatti con gli animali di cui si cibavano (Segers, 2012). In una ricerca condotta da Simons e colleghi (2018) è stato rilevato che non vi era comune accordo su cosa dovesse essere considerato carne. Mentre una bistecca è stata sempre percepita in quanto carne, diverso è stato per quella più lavorata che a volte non è stata considerata tale nemmeno quando i rispondenti riferivano la frequenza della loro alimentazione a base di questo derivato animale. In un'altra ricerca condotta da Kunst e Hohle nel 2016 è stato dimostrato che la lavorazione della carne e la rimozione di specifiche componenti animali come, ad esempio, la testa facilitava la dissociazione definendo così minore empatia e disgusto per l'animale in questione, dunque, una maggiore intenzione nel voler continuare a consumare carne. Se al contrario, invece, si rimarcava il legame tra animale e la carne della quale ci si cibava attaverso, ad esempio, la trasmissione di pubblicità che sponsorizzavano carne tramite l'immagine di animali vivi, tale organizzazione di contenuti andava a ridurre la dissociazione. Il consumatore che non prende parte a queste fasi di lavorazione della carne (la decapitazione, la rimozione delle interiora, la spiumatura e il taglio dei corpi animali) sarà soggetto ad un processo di dissociazione facilitato (Kubberød, Ueland, Tronstad & Risvik, 2002), sarà dunque per lui più semplice non riuscire ad associare ciò che sta mangiando rispetto alla sua reale natura. Uno studio condotto da Grauerholz del 2007 ha indagato la frequente rappresentazione delle mucche nelle pubblicità dei prodotti lattiero-caseari, a differenza di quanto avviene per i prodotti a base di carne. La dissociazione è facilitata dal marketing della carne, che tende a evitare i riferimenti ad animali vivi e in cui i prodotti animali portano poche prove della loro origine animale (come teste, capelli, occhi o sangue) [Kunst & Palacios Haugestad, 2018]. Il marketing si avvale del concetto che gli animali sono "cibo", e questo nasconde ulteriormente l'animale vivente. Infatti, descrivere gli animali come "cibo" diminuisce la capacità di sofferenza percepita degli animali e quindi la preoccupazione per il loro benessere. L'ignoranza strategica è un altro fenomeno che alimenta sia la dissonanza cognitiva che la dissociazione. Si tratta uno stato di ambiguità o di negazione, che porta ad ignorare volontariamente le convinzioni che si ritengono minacciose per le proprie scelte: è sorprendente che si riconoscano tali convinzioni e si cerchi al contempo di evitarle. Un esempio pratico è il blocco delle informazioni disponibili rispetto alla mente, alla sofferenza o al benessere degli animali, il che facilita ancora una volta il consumo di carne (Aaltola, 2019). Secondo uno studio, il 27%-28% di individui utilizza l'ignoranza strategica per quanto riguarda il consumo di carne (Onwezen & van der Weele, 2016). In particolare, la sottovalutazione delle capacità cognitive e di azione degli altri animali - la "dementalizzazione" degli esseri non umani - si è dimostrata una caratteristica comune dell'ignoranza strategica (Tian, Hilton & Becker, 2016). Inoltre, alcuni studi hanno suggerito che il piacere edonistico della carne e la riluttanza a cambiare le proprie abitudini alimentari sono due altri potenti fattori alla base del paradosso della carne (Lea & Worsley, 2003). In particolare, sottolineare i valori edonistici ("la carne è buona") e l'abitudine ("la carne è tradizione") è utile per ridurre la consapevolezza del paradosso (Piazza, Ruby, Loughnan, Luong, Kulik, Watkins, Seigerman, 2015). Conoscere l'origine dei prodotti alimentari ne può predire il rifiuto (Rozin & Fallon, 1980), dunque da questo dipenderebbe la scelta di omissione di indicazioni all'interno delle pubblicità per ciò che concerne i prodotti di origine animale. Tale strategia potrebbe essere elemento cardine di facilitazione del processo di dissociazione. Quest'ultimo può agire molto anche a livello linguistico. Per gli animali vivi si parla, ad esempio, di mucche, una volta morti e preparati per il cibo diventano "carne di manzo" che altro non è che una terminologia confusa (Heinz & Lee, 1998). Lo stesso vale per il termine "raccolta", riferito all'uccisione degli animali, volto ad acuire il processo di dissociazione in quanto riporta al pensiero una procedura che interessa le piante (Stibbe, 2001). Gli studi dimostrano che la dissonanza cognitiva e la dissociazione sono fonti potenti del paradosso della carne e riducono sia l'empatia verso gli animali sia il disgusto per la loro uccisione (Kunst & Palacios Haugestad, 2018). Il disgusto gioca un ruolo importante nelle scelte alimentari, soprattutto nei prodotti di origine animale in quanto presentano il rischio più elevato di contaminazione (Rozin & Fallon, 1987). Un suggerimento spesso avanzato negli studi sul paradosso della carne consiste nel diminuire la presa sui fenomeni che lo precedono quindi dissociazione, dissonanza cognitiva e ignoranza strategica. Un metodo semplice per farlo è quello di reintrodurre concetti relativi agli animali viventi e dotati di intelligenza oppure al loro cattivo trattamento nei contesti adibiti al loro sfruttamento ad uso alimentare. La ricerca empirica dimostra anche che se gli individui vengono informati della sofferenza degli animali nelle industrie animali, iniziano a rivalutare la carne: la considerano meno saporita, l'odore meno invitante e l'aspetto meno attraente. Inoltre, la loro disponibilità a mangiare carne diminuisce e dichiarano che pagherebbero di meno per acquistarla (Anderson & Barrett, 2016). Pertanto, una soluzione ovvia al paradosso della carne è quella di far emergere le connessioni tra animali, sofferenza e carne.

Bibliografia:

1.Gradidge, S., Zawisza, M., Harvey, A. J., & McDermott, D. T. (2021). A Structured Literature Review of the Meat Paradox. Social Psychological Bulletin, 16(3), 1-26.

2. Provencher, C., Arthi, & Wagner, W. (2011). Towards A Better Understanding of Cognitive Polyphasia. Journal for the Theory of Social Behaviour. 41. 10.1111/j.1468-5914.2011.00468.x.

3. Benningstad, N.C.G., Kunst, J.R. (2019). Dissociating meat from its animal origins: A systematic literature review. Appetite. 147:104554.

4. Kunst, J.R., Hohle, S.M. (2016). Meat eaters by dissociation: How we present, prepare and talk about meat increases willingness to eat meat by reducing empathy and disgust. Appetite. 105:758-74.

5. Aaltola, E. (2019).The Meat Paradox, Omnivore's Akrasia, and Animal Ethics. Animals (Basel). 12;9(12):1125.

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