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"Devi adattarti".
Questo è il suggerimento che più mi è stato rivolto da quando sono tornata a casa per le vacanze estive. Siamo stati in due ristoranti importanti della zona per festeggiare due cerimonie di famiglia e presso entrambi mi sono sentita trattata come una bambina capricciosa. "Cosa puoi mangiare?" - neanche si trattasse di una scelta costretta la mia. Suggerisco legumi e patate e la risposta pronta, che arriva a mo' di proposta rivolta ad un bambino da accontentare affinché smetta di lamentarsi, è la seguente: "Le mangia le patatine fritte? Gliele faccio portare?". Spoiler: nonostante la mia risposta affermativa, le patatine non sono mai arrivate. "Che ne pensa se le preparassimo i medaglioni con ripieno di melanzane e provola?" - neanche fosse difficile informarsi (seppure all'occorrenza) per capire che stranezza sia mai questa scelta alimentare; neanche fosse così impegnativo e professionalmente ambiguo interessarsi dell'organizzazione di un menù vegano (della cui presenza vi era stato un preavviso di almeno due settimane).
IO NON MI ADATTO. E sai perché?
Perché ad una persona con intolleranza o allergia alimentare nessuno si sognerebbe mai di imporre una cosa simile; perché casomai mi sentissi costretta ad introdurre nuovamente, nella mia dieta alimentare, carne o pesce, il mio non sarebbe malessere dovuto (solo) a reazioni fisiche, bensì a reazioni psicologiche.
Per me (adesso) mangiare qualcosa che so essere stato vivente fino a pochi momenti prima in condizioni di maltrattamenti (nella maggior parte delle volte), scarse condizioni igienico-sanitarie, imbottito di antibiotici, ingozzato per tenerlo in buona salute 3 mesi (giusto il tempo di prepararlo alla sua condanna a morte) mi provocherebbe una sofferenza psicologica non tralasciabile né discutibile. Da 8 mesi per me gli animali non costituiscono più cibo e vorrei tanto un giorno risvegliarmi in una società all'interno della quale questo non costituisca un problema, ma la soluzione.
Ritornando alla mia esperienza presso questi ristoranti di spessore, ho avuto in più occasioni la sensazione di essere soggetta a discriminazioni sotto vari punti di vista. "Il dolce per lei non lo abbiamo perché contengono tutti uova e latte". Il piatto dinanzi a me resta vuoto come spesso è accaduto quando i locali non erano attrezzati per la mia intolleranza al lattosio. Un piatto di insalata (abbondante, attenzione!) spacciato per un secondo piatto quando contemporaneamente gli altri commensali consumavano una frittura di pesce con insalata mista. Previsti due primi piatti: per noi bambini speciali (mia sorella da un po' segue le mie orme) spaghetti al pomodorino e paccheri al pomodoro. Insomma, tutta un'enorme presa per i fondelli! Questo menù non aveva certo un valore economico equiparabile a quello degli altri commensali considerando che sono state spacciate verdure (zucchine, melanzane, peperoni) dall'antipasto fino ai secondi e senza nemmeno proporli con cotture e presentazioni differenti.
IO NON MI ADATTO.
A cosa dovrei adattarmi, tra le altre cose? Ad un sistema che paradossalmente mette in cattiva luce una scelta che, oltre ad essere intima e inappellabile, è fondamentalmente operata per la salvaguardia dell'umanità? Da sempre nella mia vita incarno scelte, abitudini e modi di pensare che sono in controtendenza rispetto al sentire e al pensare della maggioranza. Non mi interesserebbe se solo non mi sentissi ogni volta di dover giustificare e dare conto delle mie scelte. Sia chiaro, parlo con chi è interessato a capire di più e ad informarsi e sono ben felice di dare spiegazioni in base a ciò che ho appreso sull'argomento, ma quando mi si rivolge parola per giudicare la mia scelta e comunicare con me in modo aggressivo, io non ci sto. Non ci sto perché in soli 7 mesi ho dovuto fare i conti con l'ignoranza (mancata conoscenza) delle persone che mi circondano (familiari in primis) e questo mi ha resa molto sensibile alla tematica, facilmente esposta a crisi di nervi.
Perché non mi adatto? Perché in cuor mio so bene che un cambio di rotta, da parte di ognuno, anche inteso in termini di riduzione di consumi, potrebbe fare la differenza. Sono angosciata e ansiosa perché, informandomi, so cosa i cambiamenti climatici stanno operando e come lo stanno facendo sempre più accelerando il passo. Io non sono disposta a zittirmi perché ne va della mia stessa vita.
Chi non tiene alla sua vita? Chi non sogna un futuro sereno e di valore per i propri figli e successori?
Il mio non è un capriccio, né le mie scelte devono e possono essere, nel 2021, una spina nel fianco per chi del lavoro di ristorazione ha scelto di farne un luogo inclusivo e accogliente!

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